Seguì la voce di Diane, tremante ma inconfondibile. “E il referto di laboratorio?”
“L’ho fatto sembrare vero. Non si accorgerà della differenza durante la cena.”
Il mio cuore si fermò.
Mio suocero girò di scatto la testa verso lo schermo. “Quale referto di laboratorio?”
Il volto di Claire si incupì. «Non è…»
Robert alzò una mano, zittendola. Poi posò una cartella sul tavolo davanti a suo padre.
«Il vero referto è lì dentro», disse. «Risultati del test di paternità certificati dal tribunale. Ho fatto il test sei settimane fa, dopo che Claire mi aveva spedito una copia anonima del suo falso test.»
Lo fissai.
Finalmente incrociò il mio sguardo, la voce si addolcì. «Non ho mai dubitato di te. Avevo bisogno di prove prima di smascherarli.»
Nessuno si mosse.
Poi suonò il campanello.
Robert controllò il telefono. «Bene», disse. «Il mio avvocato è qui.»
E quello fu il momento in cui Claire e Diane capirono che il tavolo da pranzo non era più il loro palcoscenico.
Era diventato la loro rovina.
Il silenzio dopo le parole di Robert fu più pesante dell’accusa stessa.
Claire crollò per prima. «Hai chiamato un avvocato? A casa dei tuoi genitori? Sei impazzito?»
Robert rimase seduto a capotavola, con una mano appoggiata allo schienale della sedia. «No. Sono preparato.»
Suo padre, Walter, aprì lentamente la cartella, come se stesse maneggiando qualcosa di pericoloso. All’interno c’erano diversi documenti: i risultati ufficiali del test del DNA, una dichiarazione autenticata e una lettera di uno studio legale specializzato in diritto di famiglia nel centro di Chicago. Lesse pagina dopo pagina, e il rossore gli salì al viso.
«Probabilità di paternità», disse con voce roca, «superiore al 99,999 percento.»
Claire fece un passo indietro. «Questo non prova…»
«Prova abbastanza», scattò Walter, con una voce più alta di quanto l’avessi mai sentito. «E il video prova il resto.»
Diane spinse indietro la sedia con tanta forza da farla strisciare sul pavimento. «Walter, non parlarle così. Dobbiamo calmarci.»
«Calmarci?» ripeté. «Le hai permesso di dire una cosa del genere a una bambina.»
Mi si strinse il petto quando pronunciò la parola bambina. Non nipote. Non Sophie. Solo un bambino. Faceva ancora male, ma capivo: era l’unica parola che riusciva a pronunciare, sopraffatto dalla vergogna.
Il campanello suonò di nuovo. Robert uscì per un attimo e tornò con una donna alta, con un cappotto grigio antracite e una valigetta di pelle. Si presentò come Amanda Pierce, il suo avvocato. La sua espressione era calma, efficiente, non curiosa o teatrale, il che rendeva tutto ancora più serio.
Claire fece una risata amara. “È ridicolo. Siamo forse in un film?”
Amanda posò la valigetta sulla credenza. “No, signorina Bennett. Nei film, le persone agiscono senza prove. Signor Bennett…”