Feltrinelli, all’alba del dissenso

Ci sono dei momenti in cui si riesce a vedere bene che la storia sta cambiando verso. Nel 1956 il partito era molto giovane, ma già ne aveva passate tante. Essere comunisti a Milano, in quel periodo, non era così difficile. Essere comunisti nel partito comunista lo era un po’ di più. È il 29 ottobre quando otto «intellettuali comunisti milanesi» scrivono una lettera al segretario Palmiro Togliatti, alla federazione di Milano e all’Unità per deplorare «l’ultimo e più grave errore» commesso dall’Unione Sovietica, che in Ungheria aveva da poco cominciato a reprimere – e di lì a breve per farlo meglio avrebbe mandato i carri armati – «una sommossa controrivoluzionaria armata, apertamente volta a rovesciare il governo democratico popolare, a troncare la marcia verso il socialismo e a restaurare un regime di reazione capitalistica».

GLI OTTO SONO Luigi Cortesi, Giuseppe Del Bo, Enzo Modica, Giuliano Procacci, Wando Aldrovandi, Marcello Venturi e Giangiacomo Feltrinelli. E con loro Rossana Rossanda, che era già qualcuna. Il Pci la teneva in grande considerazione e da qualche tempo l’aveva messa alla guida della Casa della cultura. Il suo nome in calce alla lettera era un segnale non trascurabile e dava forza alla battaglia interna.

A rispondere ci penserà un Pietro Secchia da poco estromesso dalla direzione organizzativa del Pci, sostituito da Giorgio Amendola nel nome del rinnovamento e piazzato alla segreteria regionale della Lombardia. Sarà durissimo con gli otto intellettuali. Che reagirono in ordine sparso. Cioè non fecero niente. Presero atto che la linea era quella e che non ci si poteva fare niente. E però qualche dubbio ormai si era instillato, almeno in alcuni. Feltrinelli aveva trent’anni e già da un po’ si era messo a organizzare l’istituto di ricerca sulla storia sociale che precede la nascita della casa editrice e che esiste ancora sotto forma di Fondazione. Dal cui archivio che è saltato fuori il documento degli otto, curiosamente custodito tra i faldoni delle carte di Secchia.

IL VENTESIMO congresso del Pcus, quello della denuncia dei crimini di Stalin, febbraio 1956, aveva dato grandi speranze al giovane editore (e non solo a lui), ma appena pochi mesi dopo, con i fatti di Budapest, si era capito che le cose non stavano andando poi così bene. Poi era successa anche un’altra cosa. A maggio Sergio D’Angelo, l’uomo di Feltrinelli a Mosca, aveva ricevuto il manoscritto in prosa di un poeta che si chiamava Boris Pasternak. «Questo è Il dottor Zivago», pare abbia detto Pasternak a D’Angelo. «Che faccia il giro del mondo». Lo farà, ma in quel momento le cose sono molto più complicate di così.

Per riuscire a leggerlo, alla fine dell’anno, Feltrinelli sarà costretto ad andare fino a Berlino, perché il dattiloscritto era oggetto di censura da parte dell’Urss. E in Italia il partito era contrario alla sua pubblicazione. Nonostante il dissenso espresso nella lettera di ottobre, anche Rossanda si mostrò piuttosto fredda all’idea di far uscire Pasternak. Convocò Feltrinelli nel suo ufficio di via Borgogna numero 3 e gli suggerì di evitare scandali. Lui rispose che era sua precisa intenzione «dare una lezione all’Unione Sovietica». L’anno successivo Il dottor Zivago uscì per Feltrinelli in prima edizione assoluta, fece per l’appunto il giro del mondo e Pasternak ci vinse il Nobel per la letteratura.