Feltrinelli, all’alba del dissenso

Il fatidico 1956 diventa così l’anno dell’inizio del dissenso di Feltrinelli, il vero nucleo centrale della sua storia grandiosa e tragica, sempre alla ricerca di una rivoluzione non solo immaginata, ma soprattutto praticata con gli strumenti che si hanno a disposizione. Nel suo caso, molti soldi e qualche idea. Al servizio dell’abolizione dello stato delle cose presente.

INTERVISTATA da Simonetta Fiori per il cinquantesimo volume degli «Annali» (2017), un’impiegata della Biblioteca Feltrinelli, Stella Bossi, racconta «il cambio di rotta» del 1956 come un fatto naturale: «Ricordo che si cominciò a parlare in un altro modo del partito. Io non ci trovavo niente di scandaloso. Feltrinelli era un editore, voleva essere libero da ortodossie e rigidità ideologiche, perché meravigliarsi?». Forse perché, fino a quel momento, quasi nessuno lo aveva fatto. Nessuno con tanta forza, per lo meno. Ancora Bossi: «Ricordo discussioni molto accalorate. Quelli scesi nelle strade di Budapest erano compagni come noi, non controrivoluzionari come diceva Togliatti. Era sbagliato soffocare la rivolta con i carri armati».

OGGI tutti sono consapevoli di quello e di tanti altri errori. Con una buona dose di senno del poi e di coraggio postumo, certo. Rossanda diceva: «Il comunismo ha sbagliato, ma non era sbagliato». Il suo racconto del 1956 di Feltrinelli e dell’incontro alla Casa della cultura è al decimo capitolo della Ragazza del secolo scorso. Giangiacomo era «forte dei suoi mezzi e della sua ingenuità», «giovanilmente arrogante». Lei si definisce «stupidotta» per la sua richiesta di non dare scandalo. Stava succedendo qualcosa. Sappiamo cosa, adesso, ma allora era tutto più sfumato, confuso come le cose che corrono mentre la storia si dispiega e gli eventi sono troppi e troppo grandi. Rossanda verrà radiata dal partito dopo un altro episodio di repressione sovietica fatta con in carri armati – la primavera di Praga – e fonderà questo giornale.

FELTRINELLI, nello stesso periodo, entrò nell’ultima fase della sua vita, quella vissuta di nascosto. In piazza Fontana era esplosa la bomba che avrebbe cambiato per sempre i connotati della Repubblica. Lui aveva saputo che sotto casa sua a Milano c’era la polizia. Pensava che volessero incastrarlo, non aveva tutti i torti. Già da qualche tempo aveva cominciato a organizzare dei nuclei armati. Si diede alla fuga. Lo fece per sé e per la rivoluzione. Aspettando un giorno che non arrivò mai.