Jean-Paul Sartre, la messa in scena come atto politico

Gli anni passano e Jean-Paul Sartre resta un pensatore al quale si ritorna, le tematiche aperte dalla dialettica esistenziale sono argomenti radicati nel mondo, dove la complessità non è mai elusa, ma vista come una ricchezza da esplorare. Forse aveva ragione Alain Renaut (Sartre, le dernier philosophe) quando nel 1993 lo considerava: «L’ultimo, in ogni caso, a credere che la filosofia dovesse dire cosa fossero la vita, la morte, la sessualità, se Dio esistesse o meno, cosa fosse la libertà». Sartre propone una visione totale, un sistema filosofico, un punto di vista in grado di avere sempre a disposizione una particolare risposta sulle questioni umane.

Si parte dal reale, concreto, materiale e si va verso la costruzione della realtà, un unico movimento in grado di fare delle sfide occasioni, opportunità, chances. Si accetta il primo momento costitutivo e gli si dà senso, forma e significato. Anche per questo Jean-Paul Sartre non aveva remore nel definirsi «un bambino viziato» e altolocato. Nella sua autobiografia, Le Parole, volendo spiegare qual era il suo habitat dice: «Ogni uomo ha il suo posto naturale; né l’orgoglio né il valore ne stabiliscono l’altezza: è l’infanzia a decidere. Il mio posto è un sesto piano parigino con vista sui tetti». L’infanzia è il punto di partenza inevitabile, sempre conservato e sempre superato.

L’ULTIMA OCCASIONE di tornare a Sartre la offre Barbara Chitussi con la pubblicazione del suo Paradosso della libertà. Il teatro politico di Sartre (Cronopio, pp.130, euro 14) un breve e rigoroso saggio che sceglie di passare al setaccio il pensiero del filosofo francese attraverso la lente del teatro. Negli ultimi mesi sono anche uscite altre opere come Le mani sporche (Mimesis) e Idee per una teoria delle emozioni (Il Saggiatore), insomma, «scuse» per tornare a Sartre non mancano mai.

Dove collocare il teatro nel poliedrico quadro dell’universo sartriano? Simone de Beauvoir nei suoi scritti autobiografici indica che è nell’estate del 1941, nella Francia occupata, vedendo Les Suplices realizzato da Jean-Louis Barrault, che entrambi si convincono delle enormi possibilità espressive che offre. In pieno fascismo capiscono che la voce dei personaggi può creare nuovi spazi di libertà e di rivolta. In un contesto di oppressione il teatro è concepito come un richiamo all’azione collettiva, come scriveva in un testo Valéry: «L’uomo è azione, o non è nulla». Un’impostazione analoga a quella di Sartre che definisce l’essere umano «una totalizzazione sempre in atto», mai una conseguenza, «un essere sempre da fare», da inventare.

Bisogna però indicare che la prima esperienza teatrale per Sartre è stata qualche anno prima, nel 1939 durante il suo periodo di detenzione nello Stalag tedesco di Treviri, quando su richiesta dei compagni di prigionia scrive una pièce sulla natività, Bariona, messa in scena dagli internati. Confessa Sartre: «quando li vidi così incredibilmente silenziosi e attenti, compresi cosa dovrebbe essere il teatro: un grande fenomeno collettivo e religioso».

Sartre si rende conto della formidabile portata del teatro come fattore in cui si confronta il dramma umano del singolo personaggio con la situazione generale che lo cattura e lo costituisce, uno spazio che ambisce a diventare, attraverso la forza dell’immaginario, un luogo di liberazione dall’oppressione.

Parole, sentimenti, riflessioni prendono corpo e si trasformano in atteggiamenti «vissuti» che agiscono sul palcoscenico. Si gioca a diventare altro, si cambia, una palestra dove l’impossibile si rende possibile e il gesto può mutare in presa di coscienza liberatoria. Questi sono gli anni in cui Sartre mette a frutto i suoi studi intorno alla fenomenologia husserliana, il progetto prevalentemente psicologico che avrebbe dovuto chiamarsi Psiché e che non arriverà mai in porto, ma lascerà vari saggi: L’immaginazione (1936); La trascendenza dell’Ego (1936); Idee per una teoria delle emozioni (1939); L’immaginario (1940).

NELLO STESSO PERIODO escono anche i racconti pubblicati ne Il muro (1939) e il romanzo La Nausea (1938) che lo rese subito noto. In quest’ambito nascono le prime pièce di teatro, cariche si significati, con uno stile narrativo in grado di consentire diversi livelli di lettura.

Sartre vede nel teatro un concreto esercizio di superamento dell’individuo, delle forme in cui si cristallizza e della serietà di cui diventa egli stesso «commediante e martire», come dirà a proposito di Jean Genet. Dalla documentazione raccolta da Barbara Chitussi vediamo come nella messa in scena delle prime esperienze Sartre ha, nella pratica, un atteggiamento che si addice alla sua impostazione teorica: «rimaneggia profondamente e instancabilmente il proprio testo, trasponendo nella scrittura le indicazioni di regia che Charles Dullin dava ai propri attori». Secondo quando rivela anche lo stesso Sartre, «è durante le ore trascorse al Théâtre de la Cité che apprende infatti quella tensione capace di trattenere i contrari – rivelando la ricchezza della povertà, il sangue e la violenza della calma di un movimento – di cui la sua pièce sarebbe stata inizialmente priva e che diviene da quel momento l’essenza del dramma».