Jean-Paul Sartre, la messa in scena come atto politico

UNA TENSIONE che porterà poi nel cuore della dialettica esistenziale dove i contrari non sono mai opposti fermi ma vengono definiti elementi contraddittori, in movimento, che attraverso la scelta, risolvono la tensione nel presente vissuto. Esistere è quindi raccogliere le contraddizioni che ci costituiscono e agire facendosi carico della scelta. È necessario il proprio vissuto per dare vita alla situazione, rendersi necessario per realizzare la propria epoca.

Il teatro parte dalle vicende individuali ma, in linea con il pensiero esistenziale, raggiunge una dimensione collettiva, supera l’individualismo e acquista ogni volta una dimensione politica. Anni dopo Sartre dirà che l’individuo è un universo singolare, così come in una collezione ogni elemento è diverso ma collegato alla moltitudine a cui appartiene, così ogni essere umano realizza l’insieme di appartenenza della sua epoca, fa la storia, la materializza attraverso le sue scelte.

Il mondo che descrive Sartre, dice Barbara Chitussi, «è uno spettacolo al quale siamo chiamati costantemente a partecipare, ma è anche il terreno di un gioco altrettanto inesauribile, privo di conquiste definitive, volto a restituire alla coscienza tutta la sua vacuità, la sua vertiginosa libertà da sé stessa, dall’io e dalla natura».

La vita reale intesa come creazione e libera ricerca di sé non ammette complicità, l’esistenza reale è un’opera d’arte, una creazione unica, e irripetibile. Anche qui il teatro si avvicina all’esistenza reale. Attraverso la finzione smascherata rappresenta l’agire che, libero dall’inerzia dell’identità, si propone come spazio di rivolta contro la sclerosi che continuamente fa del passato una inerzia difficile da gestire.

AL DÌ LÀ DEI CAMBIAMENTI e sviluppi Sartre mantiene, lungo gli anni, la centralità della funzione immaginativa coniata nelle prime opere. L’immaginazione, in quanto «negazione parziale del reale», è sempre oltre, sempre in grado di trascendere il dato, di superare le costrizioni della materia, della storia, del proprio passato, in breve, di dépasser i limiti onnipresenti del pratico-inerte. L’immaginazione «irrealizza». Sartre chiama il marmo della scultura «centro permanente d’irrealizzazione» perché emozione e percezione hanno bisogno della materia, substrato indispensabile per andare oltre. Per produrre «l’atto magico» che umanizza un pezzo di pietra.

Non a caso, ne L’Idiota della famiglia, il monumentale studio in cui metterà in gioco l’intero impianto teorico e metodologico, il protagonista, Gustave Flaubert, verrà chiamato il Principe dell’immaginario. Se la libertà è l’elemento che contraddistingue la nostra specie, l’immaginazione è la facoltà che la rende possibile, che rende possibile non restare intrappolato nelle diverse forme in cui si cristallizza e sedimenta l’alienazione umana.