Le dita di Giulia rimasero strette alle mie per troppo tempo, come se avesse bisogno di una prova tangibile della veridicità di ciò che aveva appena sentito. Il suo viso non cambiò in modo significativo – ci era troppo abituata – ma qualcosa nei suoi occhi si contrasse, come se la portiera dell’auto le avesse rivelato qualcosa che non sapeva.
Matteo si sciolse la voce. “Sofia…” iniziò, pronunciando istintivamente il mio nome in italiano.
Lasciai scivolare delicatamente la mano di Giulia. “Dovremmo andare”, dissi, sempre in italiano, sempre con calma. Poi, in inglese: “Matteo, hai detto di aver capito tutto?”. Feci una pausa prima di rispondere. “Ho sentito che mi ha detto ‘non abbastanza brava per me’. Ti ho sentito ridere.” Lui alzò lo sguardo, come se la domanda fosse ingiusta. “Con tutti.” Annuii lentamente. “Non è questo il punto, Matteo. Nessuno include me.” Guidammo in silenzio, una paura che ci faceva sentire come in una stanza nuova della casa, in un luogo che non avevamo mai visitato prima. Arrivati al mio appartamento, mi seguì dentro, indugiando sulla soglia come se non sapesse se sua madre avesse il permesso di entrare.
“Sofia”, disse, con voce più bassa. “Ti prego. Domani è importante. Non lasciare che le parole di tua madre rovinino tutto.” Lo guardai, lo guardai davvero: il modo in cui presentava la mia infelicità come un semplice fastidio, il modo in cui voleva che l’accettassi senza che lui stesso si facesse coraggio.
“Va bene”, dissi a bassa voce. “Allora sarà facile per te rimediare.” Aggrottò le sopracciglia. “Rimediare a cosa?” sussurrai. “Domani, se tua madre dice qualcosa, qualsiasi cosa, sul fatto che io sia inferiore alla tua famiglia, la correggerai. Immediatamente. Davanti a chiunque la senta. Non più tardi. Non in privato. Adesso.” Matteo mi guardò come se avessi insinuato che sarebbe andato su tutte le furie. “Davanti a tutti?”
“Sì.”
Esalò bruscamente. “Sofia, non capisci com’è fatta.”
Quasi sorrisi. “Capisco l’italiano, Matteo. Capisco benissimo com’è fatta.”
Le sue spalle si incurvarono. “Mi stai dando un ultimatum.”
“Ti sto dando una possibilità,” lo corressi. “Di essere mio marito, non l’assistente di tua madre.”
Rimase in silenzio. Poi, con molta cautela, disse: “Le parlerò domani mattina. In privato.” Mi si sciolse la pelle, non perché si rifiutasse, ma perché ancora non capiva.
“Stasera dormirò dalla mia damigella d’onore,” dissi, dirigendomi verso la mia stanza per prendere una piccola borsa.
Matteo alzò lo sguardo. “Sofia, vieni qui.”
“Ho bisogno di spazio,” dissi. “E Matteo?” Se domani ti sveglierai pensando ancora che il problema sono io perché non sorrido a causa della megalofobia… non venire all’altare.” Quando chiusi la porta dietro di me, le mie mani finalmente tremarono. Non per paura,
ma per tristezza.
Perché potevo già sentire la forma della decisione che si delineava, come una tempesta che si percepisce prima ancora di vederla.