L’ospedale era pervaso da quella strana attività che si manifesta solo di notte: luci bianche, passi leggeri, singhiozzi soffocati, barelle che si muovevano come fantasmi.
Valeria arrivò al bancone con i capelli sciolti, il cuore che le batteva forte e la sensazione che una parte della sua vita, quella che aveva finto di seppellire, stesse per riemergere.
«Andrés Robles», disse. «Mi hanno chiamato. Sono il loro contatto di emergenza.»
L’infermiera controllò lo schermo, alzò lo sguardo e chiese:
—Sei un parente?
Valeria aprì la bocca. Esitò solo per un istante.
—Ero sua moglie.
La parola aleggiava tra loro come un’antica verità che in qualche modo persisteva ancora. L’infermiera annuì e le chiese di seguirla in una piccola stanza beige con sedie che sembravano progettate per mettere a disagio sia il corpo che la paziente. La lasciò lì promettendole che un medico sarebbe arrivato a breve.
Valeria si sedette. Si alzò. Si sedette di nuovo. Ricordò un altro ospedale, quattro anni prima, quando il padre di Andrés stava morendo e lei gli aveva tenuto la mano tutta la notte, dicendogli che tutto sarebbe andato bene, pur sapendo che a volte l’amore non può fermare la morte. Si chiese se, negli ultimi anni, qualcuno avesse tenuto la mano di Andrés quando le cose si erano fatte buie. Il pensiero le faceva più male di quanto fosse disposta ad ammettere.